Cos’è il Counseling Psicologico

Il Counseling Somatorelazionale – www.biosofia.it – è un counseling di orientamento rogersiano, sul quale si innestano elementi teorici e abilità che appartengono al paradigma dell’analisi bioenergetica.

Il modello rogersiano si inserisce nell’ambito della psicologia umanistica e le principali ipotesi su cui si basa sono: ognuno di noi è l’unico vero esperto di se stesso e della propria esperienza personale e lo psicologo è la persona che mette a disposizione del paziente la propria capacità di ascolto e le proprie competenze per facilitarlo nel suo processo di crescita e assunzione di responsabilità. Nella visione di Rogers, infatti, ogni essere umano custodisce in sé le potenzialità del proprio processo di autorealizzazione, e tuttavia nella maggior parte degli esseri umani queste potenzialità non hanno potuto germogliare e svilupparsi, perché essi non hanno trovato, nell’ambiente in cui sono venuti al mondo e cresciuti, il clima adatto per farlo.
Nell’approccio di Rogers è il paziente ad essere al centro del processo, nel senso che il processo di counseling ha l’obiettivo di mettere in moto un processo di autoguarigione insito nel cliente stesso e facilitato dallo psicologo.
Nel rapporto di counseling si parte dal presupposto che ogni persona abbia già dentro di se una conoscenza intuitiva di ciò che desidera e di cui ha bisogno per cui il mio compito sarà quello di facilitare la crescita del paziente attraverso la sua autorealizzazione e integrazione.

Per Rogers le condizioni chiave affinché il processo di autoguarigione avvenga sono:
• L’empatia e cioè la capacità dello psicologo di comprendere una persona in modo profondo, la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” allo scopo di riuscire a percepire la realtà dalla prospettiva dell’altro.
• La considerazione positiva incondizionata e cioè la capacità di accettare l’altro in modo totalmente non giudicante
• La congruenza e cioè che il counselor sia onesto con se stesso e con il proprio cliente.
Ma poiché il counseling Somatorelazionale si ispira anche al lavoro Bioenergetico di Lowen, durante le sedute, vi faciliterò a trovare delle risposte ad una situazione di disagio esistenziale, non solo attraverso la condivisione verbale ma anche attraverso il lavoro corporeo bioenergetico.
Il contributo della bioenergetica all’approccio di Carl Rogers consiste nel “vedere” il corpo del paziente per comprendere le risorse a cui egli può accedere e le emozioni che lo attraversano seduta per seduta. Vi potrò rimandare queste informazioni per portarle alla vostra consapevolezza, dando così rilievo a una parte della comunicazione che di solito è inconscia e sottovalutata, in quanto il paziente dice col corpo più di quanto dica con le parole.

Inoltre, a volte potrò introdurre nella seduta alcuni elementi di lavoro corporeo. Per esempio, quando il paziente, per non entrare nell’emozione, riduce il proprio respiro al minimo vitale, per rimetterlo in contatto con il suo sentire, potrò suggerirgli di respirare profondamente per qualche minuto.

“Gli uomini pensano di risolvere tutto con la mente invece di sentire. Ma il sentire non ha a che fare con l’intelligenza o con la forza. Solo lavorando su di sé, sul proprio corpo – grazie al quale l’uomo sente – l’uomo può curarsi e aspirare, come è sacrosanto, a una vita sana, libera, felice. Ed essere in grado di amare veramente”. Alexander Lowen www.lowenfoundation.org

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Mindfulness, ovvero mente consapevole

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La meditazione di consapevolezza nasce in oriente e ha origini molto antiche.

Da alcuni anni è entrata nel linguaggio comune anche in occidente, dopo che vari studi hanno cominciato a dimostrare l’importanza di questa pratica per il benessere psicofisico.

Il Dalai Lama collabora, dal 1987, con vari neuroscienziati e psicologi quali Jon Kabat-Zinn, Paul Ekman, Daniel Goleman, Richard Davidson, attraverso il Mind&Life Institute, sostenendo convegni e ricerche per esplorare l’influenza della meditazione di consapevolezza sulla mente, il comportamento, le funzioni cerebrali e la salute.

Iniziamo cercando di capire cosa si intende per pratica meditativa. Innanzitutto “pratica” significa una disciplina che va ripetuta regolarmente ogni giorno, per sempre. Non è, quindi, una tecnica da imparare velocemente, ma un lento cammino verso un cambiamento strutturale nel modo in cui percepire se stessi e la realtà.

Nel buddhismo meditazione significa “restare senza sforzo in ciò che è”. Si tratta di un processo di consapevolezza in cui riuscire a rimanere focalizzati sul “qui e ora”, il momento presente. Quindi imparare a non rimanere con l’attenzione nel momento passato o in quello futuro ma diventare consapevoli di dov’è in questo momento la nostra attenzione, per poi riportarla al momento presente.

Ci sono varie pratiche meditative, tutte con l’obiettivo di raggiungere uno stato d’animo vigile e assieme rilassato, uno stato mentale che ci porti in contatto con le nostre sensazioni, emozioni, il nostro corpo, senza rimanere invischiati in essi.

Una pratica di meditazione di consapevolezza è quella di rivolgere l’attenzione al proprio respiro, ascoltare l’aria che entra e che esce, sentire i piccoli movimenti del corpo ogni volta che inspiriamo e ogni volta che espiriamo. Divenire consapevoli dei pensieri che ci distolgono dal momento presente, accettarlo e tornare al “qui e ora”.

Veri studi stanno testimoniando che meditare regolarmente aiuta a liberarsi dallo stress, in quanto contribuisce a riequilibrare il cortisolo, l’ormone legato ad ansia e stress. Riportiamo i risultati dello studio , condotto dall’Università di Urbino, assieme all’Università Politecnica delle Marche e alla Società italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia  (Sipnei), e che è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Explore, The Journal of Science and Healing.

“La ricerca ha preso in esame 125 adulti in buona salute, in prevalenza medici, psicologi e altri operatori sanitari che, negli ultimi cinque anni, hanno frequentato i corsi Pneimed“, scrive su Repubblica Salute Francesco Bottaccioli presidente Sipnei. “Tutte le persone sono state studiate all’inizio e alla fine del corso (che dura 30 ore in quattro giorni consecutivi) con Symptom Rating Test (SRT), un test psicologico validato, mentre a un sottogruppo è stata applicata anche l’analisi del cortisolo salivare (…). Chi aveva partecipato al corso aveva ridotto di tre volte il punteggio complessivo della sintomatologia psicologica (passando da 18 a 6) e aveva una minore produzione complessiva di cortisolo sia basale che sotto stimolo: insomma aveva imparato a essere più tranquillo e fiducioso di sé e a gestire meglio la reazione allo stress”.

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Festival della cultura psicologica

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Mens sana in corpore sano: come riconoscere le risposte corporee alle emozioni per poter utilizzare il corpo come strumento di autoregolazione.

FESTIVAL DELLA CULTURA PSICOLOGICA 2013

Iniziamo da Mens sana in corpore sano , che significa che, per aver sane le facoltà mentali, occorre aver sane anche quelle del corpo, quindi voglio iniziare  ponendo l’attenzione tra la connessione psiche-mente e soma-corpo e cominciamo ad introdurre il termine psicosomatica. Che cos’è la psicosomatica? La disciplina che  studia i rapporti tra mente e corpo. L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia alla visione olistica del corpo umano, all’interno della consapevolezza che corpo e mente sono strettamente legati tra loro.

Andiamo al 1930, il medico G.W. Groddeck, è considerato il fondatore della psicosomatica. Medico e psicoanalista tedesco, allievo di Freud, approfondisce gli studi sui fenomeni isterici. Le manifestazioni isteriche si esprimono con una moltitudine di sintomi somatici (agitazioni, sudorazioni profuse, tremori, grida e crisi lipotimiche) correlati con i conflitti psico-emotivi presenti nei soggetti colpiti.

Groddeck fu il primo a studiare il legame tra le attività e funzioni del nostro organismo con particolare riguardo al rapporto tra mente e corpo (tra psiche e soma).
Le ricerche  scientifiche degli ultimi trent’anni stanno rivoluzionando la visione medica e psicologica contribuendo ad una comprensione unitaria e psicosomatica dell’essere umano, evidenziando l’intima relazione tra aspetti fisici, emotivi e psicologici e  dimostrandolo con metodi e strumenti unanimemente accettati dal mondo scientifico. Vedi esempio di ricerca.

Moltissimi sono i ricercatori internazionali: Candice Pert ricercatrice e farmacologa di fama internazionale, scopritrice delle endorfine ; neuro scienziati come Damasio, Sapolsky, McEwen, biologi come Bottaccioli, psicoanalisti e neuro scienziati come Shore per citarne solo alcuni, che stanno ottenendo conferme di questa interconnessione.

Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica negli ultimi trent’anni è la psiconeuroendocrinoimmunologia, che ha l’obiettivo di chiarire le relazioni tra funzionamento psicologico, secrezione di neurotrasmettitori e ormoni e funzionamento del sistema immunitario.

Questo sviluppo è stato reso possibile grazie anche allo sviluppo e alla nascita di nuove tecniche e tecnologie bio-mediche come i più sofisticati apparecchi elettroencefalografici e strumenti in grado di rilevare indici psicofisiologici come  la conduttanza cutanea, frequenza cardiaca, pressione arteriosa, ecc. e anche strumenti come la PET che è una tecnica di medicina nucleare e di diagnostica medica utilizzata per la produzione di bioimmagini (immagini del corpo). La PET fornisce informazioni di tipo fisiologico, a differenza di TC e RM che invece forniscono informazioni di tipo morfologico del distretto anatomico esaminato. Con l’esame PET si ottengono mappe dei processi funzionali all’interno del corpo. PET e  fMRI, misurano i cambiamenti nel flusso ematico locale, legato all’aumento di attività cellulare e quindi neuronale. Questi cambiamenti di flusso sono definiti come regioni di “attivazione”. Le aree del cervello che sono attivate quando il soggetto compie un determinato compito svolgono un ruolo chiave nella comprensione tra comportamento, emozioni, funzioni cognitive e substrato neuronale.

La PNEI ha messo al centro dei propri studi lo stress e nasce dal momento in cui sono stati identificati i collegamenti tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario e, in tal modo, le relazioni tra la mente il corpo  hanno potuto travalicare l’ambito della sola  congettura teorica.

Furono, per primi, gli studi di J. Edwin Blalock  (1994) ad evidenziare che il sistema nervoso, immunitario ed endocrino comunicano bi-direzionalmente, cioè la comunicazione va dal cervello alle cellule immunitarie e da queste al cervello; allo stesso modo dal cervello alle cellule endocrine e, da queste al cervello. E questa comunicazione suggerisce un ruolo immunoregolatore per il cervello e una funzione di sensore per il sistema immunitario. Questo significa che l’aspetto psicologico influisce sul sistema neurologico, immunitario, ormonale e viceversa.

Il paradigma psicosomatico olistico, offre una visione globale e unitaria dell’essere umano, inteso come sistema bio-psico-sociale complesso governato da un Sé, inteso come coscienza profonda e unitaria dell’individuo. Le nuove ricerche multi disciplinari paiono confermare il superamento del dualismo mente- corpo e di quello gene- ambiente, a favore di una visione di un sistema complesso dove  tutte le variabili si combinano tra loro.

E’ al biologo inglese Conrad Waddington  che va il merito di avere coniato, nel 1942, il termine epigenetica, definita come la branca della biologia che studia le interazioni causali fra i geni e il loro prodotto cellulare che pone in essere il fenotipo cioè l’insieme di tutte le caratteristiche osservabili di un organismo vivente, quindi la sua morfologia, il suo sviluppo, le sue proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento.

“La differenza fra genetica ed epigenetica può essere paragonata alla differenza che passa fra leggere e scrivere un libro. Una volta scritto il libro, il testo (i geni o le informazioni memorizzate nel DNA) sarà identico in tutte le copie distribuite al pubblico. Ogni lettore potrà tuttavia interpretare la trama in modo leggermente diverso, provare emozioni diverse e attendersi sviluppi diversi man mano che affronta i vari capitoli. Analogamente, l’epigenetica permette interpretazioni diverse di un modello fisso (il libro o il codice genetico) e può dare luogo a diverse letture, a seconda delle condizioni variabili con cui il modello viene interrogato”.Thomas Jenuwein (Ricercatore Max- Plank Institute on Immunobiology, Vienna, Austria)

 

E, quindi, “ anche se le informazioni genetiche determinano aspetti         fondamentali dell’anatomia cerebrale, sono le esperienze che          generano la rete di connessioni unica e tipica che forma il cervello          di ciascun individuo. In questo modo le esperienze plasmano la   struttura del cervello e quindi creano la mente che definisce ciò         che siamo” {{15 Siegel,Daniel J. 2005}}.

 

Ciò emerge anche dagli studi sui gemelli omozigoti che, pur avendo uguale corredo genetico, hanno cervelli e menti diverse.

Dai numerosi  studi sulla schizofrenia  emerge che  il rischio aumenta con il numero di geni condivisi. Tale rischio è stimato al 50 %, cioè  se il nostro gemello omozigota ha la schizofrenia, abbiamo il 50% di probabilità di averla anche noi. Tuttavia, poiché gemelli omozigoti hanno lo stesso corredo genetico ci dobbiamo chiedere come mai la probabilità non sia del 100%. La risposta è nell’ambiente: geni difettosi sembrano rendere alcune persone suscettibili a fattori ambientali che causano la schizofrenia. Così come tali fattori ambientali sembrano essere la causa di  differenze nella struttura del cervello come emerge da RMI su gemelli identici uno con schizofrenia e l’altro senza {{17 Bear,Mark F. 2006}}.

A conferma dell’importanza dell’ambiente, numerosi studi su bambini rumeni adottati in Inghilterra, hanno evidenziato che, bambini senza nessun grado di parentela ma sottoposti allo stesso ambiente degradato, hanno sviluppato uguali disturbi di personalità.

Torniamo al paradigma  psicosomatico e all’ ambito psicologico e introduciamo la teoria elaborata, a partire dal 1960 da Alexander Lowen e che prende il nome di Bioenergetica. Purtroppo, non brevettò il nome, per cui oggi il termine Bioenergetica viene usato anche per massaggi o pratiche esoteriche. Noi facciamo riferimento qui alla teoria Bioenergetica in ambito psicologico, elaborata, appunto da Lowen.

Vorrei iniziare con alcune frasi di Alexander Lowen:

“Non è la costrizione il richiamo finale per l’uomo ma la gioia; e la gioia è dovunque.

E’ nell’erba verde che ricopre la terra, nell’azzurra serenità del cielo, nell’instancabile esuberanza della primavera, nella carne vivente che anima la nostra struttura corporea, nel vivere.

Che dire del dolore ? Come il giorno non esiste senza la notte, né la vita senza la morte, la gioia non può esistere senza il dolore.  Possiamo accettare la sofferenza finché non ci siamo intrappolati dentro; possiamo accettare la perdita se sappiamo di non essere condannati a soffrire per sempre. Possiamo accettare la notte perché sappiamo che il giorno spunterà e possiamo accettare il dolore quando sappiamo che tornerà la gioia.

Ma la gioia potrà sprigionarsi solo quando il nostro spirito sarà libero.”

Lowen parla qui di emozioni e di come , per vivere una vita piena e sperimentare il piacere, dobbiamo imparare ad entrare in contatto con tutte le nostre emozioni,senza rimanerci intrappolati dentro,  a distinguere le une dalle altre, e ad autoregolarle.

Alexander Lowen nasce a New York nel 1910 e si laurea in medicina.

Nel 1940 ebbe occasione di ascoltare Wilhelm Reich alla New Shcool for Social Research di New York e questo incontro cambiò la sua vita. Il corso di Reich era dedicato alla comprensione dell’antitesi e dell’identità dei processi psichici e somatici.

L’antitesi tra questi due aspetti era cosa nota; invece la loro identità, quantomeno nel mondo occidentale, non incominciò a venir compresa fina a quando Reich  non la affrontò e la riformulò in termini clinici.

Lavoreranno insieme fino al 1952 e Lowen diventerà, seppur in maniera critica, il suo più acuto continuatore.

La Bioenergetica parte dal presupposto che ogni individuo dispone di energia vitale che però viene spesso repressa da ostacoli interiori che portano a una riduzione della respirazione e alla tensione cronica di importanti gruppi muscolari rendendo difficoltosa la manifestazione spontanea dei sentimenti e riducendo di fatto la capacità di vivere le esperienze.

Le tensioni muscolari croniche rappresentano la controparte fisica di conflitti psichici, attraverso di esse i conflitti si strutturano nel corpo sotto forma di restrizione del respiro e limitazione della motilità. Si tratta di tensioni che si sviluppano lentamente, attraverso  esperienze traumatiche ripetute della prima infanzia e si cronicizzano diventando parte inconsapevole della struttura corporea e del modo di essere di ognuno. Si perde pertanto del tutto la consapevolezza del loro significato, del perché si siano sviluppate e del come potersene liberare.

Ognuno di noi nel corso della sua vita, iscrive nel proprio corpo, oltre che nella propria mente, le emozioni, i sentimenti e i pensieri che via via lo attraversano in risposta agli stimoli che provengono dal mondo esterno.

Gli stimoli lievi lasciano segni passeggeri, ma quelli meno lievi rimangono e anche se possono essere allontanati dalla mente, per esempio con la rimozione, rimangono impressi nel corpo attraverso delle strutture, chiamate in bioenergetica armature caratteriali, che ci consentono di non percepire sentimenti come la paura, il dolore o la rabbia.

Le armature caratteriali non sono altro che contrazioni muscolari che abbiamo adottato nel corso della nostra infanzia e che rimangono iscritte nel nostro corpo anche quando non sarebbero più necessarie quando cioè gli eventi che le hanno rese indispensabili per la nostra sopravvivenza sono ormai lontani. L’armatura è, infatti, un sistema difensivo che si autosostiene diventando cronico.

Facciamo un esempio: un bambino, per non sentire il dolore causatogli dal rifiuto della madre di accudirlo con amore quando lui si protende verso di lei, può contrarre i muscoli delle braccia e del petto. Così facendo elimina sia l’istinto di protendersi sia la percezione del dolore. Crescendo e diventando adulto, però, poiché sente le braccia deboli o non le sente del tutto, continua  a non protendersi per ottenere ciò di cui ha bisogno. Non protendendosi, non lo ottiene e questa frustrazione giustifica il mantenimento dell’armatura caratteriale.

Nella contrazione rimane, quindi, trattenuta l’energia dell’emozione pericolosa che ci siamo negati e , di conseguenza non solo non siamo più in gradi di agirla (piangendo, urlando, ridendo, dicendo di no,ecc) ma non siamo neppure più capaci di sentirla: non sappiamo se siamo tristi o arrabbiati, bisognosi di affetto o arrabbiati.

COUNSELING E PRATICA BIOENERGETICA

Dalla teoria elaborata da Lowen si sono sviluppati 3 lavori ognuno per rispondere a specifici bisogni: la psicoterapia Bioenergetica che  non approfondiremo ; parleremo, invece, del counseling somatorelazionale che è una relazione d’aiuto il cui obiettivo è dare sostegno a chi si trova in un momento di difficoltà o di disagio, partendo dal presupposto che ogni persona abbia dentro di se le potenzialità per crescere e che sia compito dello psicologo di aiutarlo a focalizzare il centro delle sue problematiche e a far ripartire la sua crescita. Sono incontri individuali o di gruppo dove lo psicologo utilizza sia il linguaggio verbale che quello corporeo.

E parleremo della  pratica bioenergetica che è composta da una serie di esercizi, che poi potremo provare, che tendono ad aiutare ad entrare in contatto con le proprie tensioni muscolari, le proprie sensazioni ed emozioni.

L’obiettivo specifico è aiutare a sbloccare l’energia intrappolata o confinata all’interno del corpo e accrescere la mobilità a livello muscolare ed emozionale. Portare le persone: in contatto con le proprie sensazioni ed emozioni; a sentire l’energia fluire più liberamente nel corpo, un sentimento di maggior vitalità e una maggiore capacità di provare piacere.

Facilitano l’acquisizione di una maggior padronanza di se stessi attraverso:

  • Un maggior radicamento nelle gambe
  • Un respiro più ampio
  • L’aumento dello stato di vibrazione e una maggior  consapevolezza del corpo.

Attraverso gli esercizi si lavora in modo da trovare nuovi modi di rispondere, attraverso il corpo, allo stress e al conflitto.

Gli esercizi si sviluppano secondo un ciclo di tensione,  carica, scarica e rilassamento.

Nella prima fase i muscoli su cui si sta lavorando vengono sottoposti a tensione. Quest’aumento di tensione volontaria si sovrappone alla tensione involontaria preesistente e, in questo modo, il corpo viene stimolato a reagire, rilasciando e liberando lo stress contenuto in quell’area. Nella fase di tensione, andando ad aumentare la tensione nei singoli muscoli  ci sarà un aumento del respiro e dell’eccitazione.

Mantenendo la tensione si costruisce la carica e si sente aumentare la propria forza. E’ importante sostenere la carica e contenerla sino al limite in cui il corpo inizia ad inviare dei segnali producendo dei movimenti involontari di scarica, cioè delle vibrazioni per la presenza di adrenalina nel sangue che da l’impulso all’azione.

Questi movimenti involontari vengono trasformati in volontari attraverso la scarica che sarà ottenuta con l’uso della voce e di movimenti giocosi, sia  spontaneamente, con delle vibrazioni o rafforzata invitando le persone a scalciare o a battere i piedi per terra. Dopo la scarica l’organismo può iniziare a rilassarsi. La scarica è un’azione simbolicamente significativa all’interno di un contenitore sicuro, il gruppo, e alla presenza di un conduttore che ne garantisce i confini. E’ un’espressione che non è distruttiva né per se stessi, né per gli altri e il cui obiettivo non è destrutturate le persone ma aiutarle a rinforzare il loro Io e i confini.

Il rilassamento è un fenomeno spontaneo dell’organismo che ha rilasciato le tensioni per mezzo della scarica. E’, al tempo stesso, essere ricettivi (maggiore sensibilità) e passivi (predisposizione al riposo). E’ una condizione di non fare, essere , lasciare accadere. In questa fase, raccogliendo e integrando le informazioni che provengono dal corpo, si nutre il proprio organismo. Trovare dentro di sé il nutrimento per il proprio organismo è specifico della bioenergetica.

Per questo la bioenergetica è utile anche nella prevenzione di malattie definite psicosomatiche. Con il termine di “malattie psicosomatiche” si intende infatti quell’ampia fascia di patologie che si situano tra lo psichico ed il corporeo, con produzione di una sintomatologia di tipo funzionale ed organico in cui è possibile ravvisare una origine psicologica. Oggigiorno, con i ritmi di vita sempre più veloci ed il moltiplicarsi dei fattori di stress cui ognuno di noi è sottoposto, le malattie psicosomatiche sono in netto aumento e rappresentano le risposte estreme dell’organismo, inteso nella sua interezza di corpo-mente, di fronte a problematiche di natura affettiva ed emotiva e sotto le pressioni di tipo socio-ambientale.

STRESS E MALATTIE FISICHE

Come abbiamo visto all’inizio, è ormai riconosciuta una relazione tra stress e malattie fisiche. Infatti, quando manteniamo il corpo in uno stato di continuo stress, sottoponiamo gli organi ad una eccessiva sollecitazione  senza dare loro la possibilità di rigenerarsi;  questo processo con l’andar del tempo, può portare a disfunzioni o alla malattia vera e propria.

Gli esercizi bioenergetici sono uno strumento di autorisanamento  e di rafforzamento del sistema immunitario. Ogni lezioni si propone, infatti , di alternare esercizi dinamici ed espressivi dove viene implicata l’attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico ad esercizi di scarica, integrazione  rilassamento dove si promuove il ripristino del parasimpatico. Riproducendo, quindi, l’alternanza simpatico/parasimpatico, che è il modo sano in cui dovrebbe lavorare il sistema nervoso autonomo. Sotto stress , invece, questa alternanza non si produce e, si produce, al contrario, un fase di esaurimento che può favorire la comparsa delle malattie fisiche.

Ogni lezione inizia con degli esercizi volti a dare radicamento, a sentire i piedi e le gambe, a sentire che ci si può reggere sulle proprie gambe. Entrare nelle gambe significa spostare la propria sensibilità e consapevolezza verso il basso anziché vivere tra le nuvole, soltanto nella propria testa e nei propri pensieri.

Durante le lezioni si invitano i partecipanti a lasciare andare il respiro e la voce liberamente emettendo  suoni, sospiri, gemiti, pianti o risate.

Tutto il processo favorisce una maggior consapevolezza delle proprie sensazioni ed emozioni e, all’aumentare della capacità dell’organismo di stare nel ciclo energetico, corrisponde una maggiore possibilità per la persona di sentire in profondità, di stabilire un contatto con sé e con l’ambiente, imparando a rimanere in contatto con le proprie emozioni , accettandole, e anche contenendo la loro espressione.

Quindi,gli esercizi bioenergetici promuovono la capacità di sentire le contratture muscolari, le sensazioni e le emozioni e di trovare un modo creativo per scaricare le tensioni in modo da facilitare l’autoregolazione delle emozioni stesse.

Concludo con un’altra frase di Lowen: “La bioenergetica si propone l’obiettivo di aiutare la gente a riconquistare la sua natura primaria, la condizione di libertà,lo stato di grazia e la qualità della bellezza. La libertà è l’assenza di repressione interiore del flusso delle sensazioni, la grazie è l’espressione di questo flusso nel movimento e la bellezza è una manifestazione dell’armonia interiore generata dal flusso. Sono indice di un corpo sano e, perciò di una mente sana.”

 

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Camminare in consapevolezza

Cinzia

La prima sensazione che si percepisce camminando , in natura, in consapevolezza è quella del proprio corpo che si muove , delle piante dei piedi che appoggiano a terra, del cuore che batte. Si cammina non per arrivare ad una meta il prima possibile ma per assaporare ogni passo, trovando un proprio ritmo e abbandonando le parole per ascoltare i suoni della natura.

E poi, mentre lasciamo andare sempre di più la mente, e con questo il fardello della scaletta degli impegni quotidiani, lasciamo spazio al paesaggio. Cominciamo a vedere la natura attorno a noi, a sentirne i rumori e gli odori.

E’ il corpo con le sue sensazioni ed emozioni che prende il sopravvento e ci apre alla creatività. Non è necessario, se stiamo camminando con altre persone, rimanere in silenzio, ma bensì trovare il piacere di condividere la meraviglia della natura che è davanti a noi; stare pienamente nell’attimo che stiamo vivendo , cogliendone tutti i segnali.

Se avete voglia di leggere tra una camminata e l’altra: Federic Gross “Andare a piedi”, Bernard Olivier “La lunga marcia”, Richard Mabey “Natura come cura”.

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Tu chiamale se vuoi emozioni

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L’emozione è una reazione  determinata da esperienze piacevoli o spiacevoli, esterne (cioè che provengono dall’ambiente) o interne (che provengo da noi stessi, dai nostri pensieri, ad esempio),  caratterizzata da specifiche  reazioni somatiche e da determinate qualità affettive.

Le emozioni sono caratterizzate sia da indicatori verbali che non verbali. Attraverso il linguaggio è possibile comunicare l‘esperienza emotiva, riflettere su ciò che si è provato e attribuirle un nome. Tuttavia, l’ espressione più diretta dello stato emotivo è rappresentata dai segnali non verbali, per esempio le espressioni facciali ma anche il trattenere il respiro o  stringre i pugni.
Le risposte emotive racchiudono molteplici aspetti: cognitivo, attraverso la valutazione degli stimoli ambientali; fisiologico, con l’ attivazione del sistema nervoso centrale, autonomo, endocrino; espressivo-motorio, attraverso i movimenti del volto, del corpo e del  tono della voce; motivazionale, in quanto predispone l‘organismo ad agire verso determinati scopi; soggettivo, attraverso la valutazione del vissuto emozionale.

Il legame tra emozione e modificazioni somatiche è campo della medicina psicosomatica, quell‘area della scienza medica che si occupa di malattie organiche o funzionali che vedono le esperienze emotive come le proprie cause determinanti.
Se gli stati emotivi non vengono elaborati a livello psicologico in modo adeguato possono alterare le funzioni somatiche fino a determinare delle vere e proprie lesioni organiche. Il trattamento di tali patologie prevede l‘integrazione della terapia medica con un intervento di sostegno psicologico mirato ad aiutare il soggetto a prendere coscienza delle emozioni originarie e ad elaborarle.

La Pratica Bioenergetica, elaborata da Alexander Lowen, con i suoi esercizi, si pone come obiettivo di sciogliere le tensioni emozionali e portare le persone a  sentire l’energia   fluire più liberamente nel corpo, essere più vitali e in grado di provare maggior piacere nella loro vita. Alcune persone mostrano, ad esempio, un‘incapacità nell’entrare in contatto e  verbalizzare le proprie emozioni.

La pratica bioenergetica, aiutando a divenire più consapevoli del proprio corpo e delle proprie sensazioni ed emozioni,  stimola i processi di autoregolazione emozionale, per questo è  utile anche nella prevenzione dei disturbi psicosomatici. Infatti,  quando manteniamo il corpo in uno stato di continuo stress, sottoponiamo gli organi ad una eccessiva sollecitazione  senza dare loro la possibilità di rigenerarsi.

 

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La teoria dell’attaccamento: una chiave per capire come mi relaziono con gli altri.

Bowlby (1989) definisce il concetto di attaccamento come un sistema biologico innato, la naturale ed innata tendenza del bambino ad allacciare legami affettivi con una specifica figura di attaccamento col fine di sopravvivere fino all’età riproduttiva.

La teoria dell’attaccamento postula l’esistenza di alcuni sistemi comportamentali innati che permettono al bambino di sviluppare, gradualmente, le proprie abilità, mediante l’esplorazione dell’ambiente, grazie alla protezione di una o più figure di attaccamento che si prendono cura di lui.
La disponibilità di una figura di attaccamento in grado di accordarsi con i ritmi naturali del bambino e di avere con lui una comunicazione coerente e contingente, fornirà una base sicura per l’attaccamento.

I processi di attaccamento, formati nell’infanzia, contribuiranno a costruire le basi delle modalità con cui, successivamente, l’individuo si porrà nei confronti del mondo, una base sicura per imparare a conoscere se stesso e a relazionarsi con gli altri.
Tuttavia, non sempre i genitori sono in grado di fornire delle precoci esperienze di sintonizzazione affettiva, equilibrio e coerenza. In questi casi la ricerca di vicinanza e rifugio da parte del bambino non riceverà risposte adeguate e perciò si svilupperanno forme di attaccamento insicuro.

Da una ricerca socio demografica (Mickelson, Kessler, & Shaver, 1997) era emerso che , negli USA, la percentuale di popolazione con attaccamento insicuro era del 41%.
Una recente ricerca (Rusby & Tasker, 2008) porta ulteriori dati a sostegno del ruolo delle cure genitoriali nell’attaccamento sicuro, grazie ad uno studio che ha analizzato gli effetti a lungo termine sull’attaccamento adulto a seguito di un temporanea separazione dai genitori nell’infanzia. Il campione era costituito da 859 soggetti di cui 770 erano stati sfollati durante la seconda guerra mondiale e 89 no. I risultati hanno mostrato una percentuale di attaccamento sicuro in bambini, sfollati tra i 4 e i 6 anni rispettivamente del 38% per gli uomini e 27% per le donne , paragonato a quelli non separati le cui percentuali erano del 64% e 44%. La qualità delle cure ricevute e la frequenza delle visite dei genitori durante la separazione sono risultati incidere sullo stile di attaccamento relativamente al campione delle donne. Senza tener conto dello sfollamento, sia gli uomini che le donne che riportavano scarse cure genitoriali mostravano una percentuale del 23% di attaccamento sicuro in confronto a quelli che avevano ricevute cure adeguate le cui percentuali erano, per gli uomini del 45% e per le donne del 43%. Inoltre mostravano un aumento proporzionale nella categoria distanziante, per gli uomini, e impaurito, per le donne.

Bowlby (1982) sosteneva, inoltre, che l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano per tutta la vita e dunque che lo stile di attaccamento, formatosi durante l’infanzia, rimarrà relativamente stabile durante tutto l’arco della vita, ricalcando quel modello che ha origine dalle relazioni precoci tra il bambino e chi si prende cura di lui.
Responsabili di questa permanenza risultano essere i Modelli Operativi Interni (MOI), modelli relazionali appresi attraverso il ripetersi delle interazioni con le prime figure significative.
Secondo Bowlby (1972) i MOI sono rappresentazioni mentali che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni del mondo e che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi, consentendo di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale. Sulla struttura di questi modelli complementari l’individuo baserà le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per avere aiuto.
I modelli operativi interni iniziano a consolidarsi dall’infanzia, pur essendo relativamente aperti al cambiamento nei primi anni di vita. Questo “solidificarsi” dei MOI li porta a divenire scontati, arrivano ad operare a livello inconscio, fino dunque a diventare tendenzialmente caratteristiche della personalità del soggetto, più che della relazione.

Il tipo di attaccamento nei bambini può essere verificato attraverso la procedura sperimentale denominata “Strange Situation Procedure” ideata da Ainsworth e Bell (1970) attraverso la quale è possibile rilevare l’organizzazione dell’attaccamento dai 12 ai 24 mesi e valutare l’equilibrio tra il sistema di attaccamento e il sistema di esplorazione del bambino. Si basa sull’osservazione del comportamento del bambino in una situazione di separazione e riunione con la madre. All’inizio il bambino e la madre sono insieme in una stanza non familiare dove vi sono vari giochi; successivamente entra una persona sconosciuta e poi la madre lascia il bambino solo nella stanza. Il ricongiungimento tra madre e bambino può avvenire in due modi diversi che porteranno ad una prima classificazione tra bambino con attaccamento sicuro o insicuro.
I modelli principali di attaccamento che è possibile inferire attraverso questa prova sono 3: sicuro, insicuro evitante, insicuro resistente.
Successivamente fu aggiunto , per la prima volta, da Mary Main e Judith Solomon (1993) un quarto stile, quello insicuro disorganizzato.
Vediamo più nel dettaglio i diversi stili di attaccamento. Nello stile sicuro, l’individuo ha fiducia nella disponibilità e nel supporto della figura di attaccamento nel caso si verifichino condizioni avverse o di pericolo. In tal modo si sente libero di poter esplorare il mondo. Tale stile è promosso da una figura sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a dargli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede.
I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: sicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di essere amabile, capacità di sopportare distacchi prolungati, nessun timore di abbandono, fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri;l’emozione predominante è la gioia.

Lo stile insicuro-evitante è caratterizzato dalla convinzione dell’individuo che, alla richiesta d’aiuto, non solo non incontrerà la disponibilità della figura di attaccamento, ma addirittura verrà rifiutato da questa. Così facendo, il bambino costruisce le proprie esperienze facendo esclusivo affidamento su se stesso, senza l’amore ed il sostegno degli altri, ricercando l’autosufficienza anche sul piano emotivo, con la possibilità di arrivare a costruire un falso Sé. I bambini evitanti, che di solito non sembrano turbati dalla separazione, mettono in atto delle “attività di spostamento” durante la riunione con la madre, giocando in modo rigido e forzato.
Questo stile è il risultato di una figura che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amato, percezione del distacco come “prevedibile”, tendenza all’evitamento della relazione per convinzione del rifiuto, apparente esclusiva fiducia in se stessi e nessuna richiesta di aiuto. Le emozioni predominanti sono tristezza e dolore.

Nello stile insicuro-resistente non vi è nell’individuo la certezza che la figura di attaccamento sia disponibile a rispondere ad una richiesta d’aiuto. Per questo motivo l’esplorazione del mondo è incerta, esitante, connotata da ansia ed il bambino è incline all’angoscia da separazione. Questo stile è promosso da una figura che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da frequenti separazioni, se non addirittura da minacce di abbandono, usate come mezzo coercitivo.
I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amabile, incapacità di sopportare distacchi prolungati, ansia di abbandono, sfiducia nelle proprie capacità e fiducia nelle capacità degli altri. L’emozione predominante è la colpa.

Nello stile insicuro disorientato-disorganizzato i bambini presentano alti livelli di ansietà e di evitamento con comportamenti spaventati, strani, disorganizzati e apertamente conflittuali. Ad esempio, appaiono apprensivi, piangono e si buttano sul pavimento o portano le mani alla bocca con le spalle curve in risposta al ritorno dei genitori dopo una breve separazione. Altri bambini disorganizzati, invece, manifestano comportamenti conflittuali, come girare in tondo mentre simultaneamente si avvicinano ai genitori. Altri ancora appaiono disorientati, congelati in tutti i movimenti, mentre assumono espressioni simili alla trance. Sono anche da considerarsi casi di attaccamento disorganizzato quelli in cui i bambini si muovono verso la figura di attaccamento con la testa girata in altra direzione, in modo da evitarne lo sguardo.

La teoria dell’attaccamento si è oggi costituita come una disciplina a sé stante trasversale sia alla psicoterapia di orientamento psicoanalitico, che cognitivista che sistemico-relazionale.
Schematizzando si possono riassumere brevemente le fasi di sviluppo della teoria: nella prima fase, fino alla fine degli anni ’70, il lavoro di Bowlby di osservazione diretta su deprivazione materna, separazione e lutto, utilizzato fondamentalmente nell’ambito dell’età evolutiva e il lavoro della Ainsworth sulla valutazione dell’attaccamento infantile con la creazione della Strange Situation.
Una seconda fase, con l’inizio negli anni ’80, di valutazione dell’attaccamento nell’adulto, con due sottofiloni: lo studio della trasmissione intergenerazionale delle modalità di attaccamento tra genitori e figli e la prospettiva dell’attaccamento nello studio delle relazioni amorose.

L’attaccamento può infatti essere rilevato anche in età adulta e il primo strumento messo a punto è stato la “Adult Attachment Interview” (George, Kaplan, & Main, 1985), un’intervista semi strutturata composta da una serie di domande aperte che riguardano il rapporto della persona con le sue figure di attaccamento. Durante la AAI viene chiesto ai soggetti di descrivere le esperienze che possono aver avuto da piccoli con i genitori, in particolare su tematiche di perdita o separazione e sul tipo di accudimento. Le interviste sono registrate e viene dato un punteggio che tiene conto della coerenza del soggetto nel fornire il suo racconto. Lo scopo è quello di identificare la configurazione del pensiero sull’attaccamento, cioè i MOI. Vengono identificati quattro stili di attaccamento: libero-autonomo in cui i soggetti tendono ad avere facile accesso ai ricordi; raccontano in modo coerente ed equilibrato la propria infanzia; se vi sono state esperienze negative traspare un senso di dolore provato e superato.

Nello stile distanziante, i soggetti forniscono resoconti brevi e incompleti sostenendo di avere pochi ricordi, sminuiscono i propri bisogni d’attaccamento passati ed attuali, tendono ad idealizzare i genitori e le esperienze passate in contraddizione con i ricordi autobiografici.
I soggetti con stile d’attaccamento preoccupato-invischiato, presentano scarsa capacità di sintesi, narrazioni caotiche e contradditorie, appaiono eccessivamente coinvolti in conflitti e difficoltà legate al passato.

Soggetti con attaccamento irrisolto a volte forniscono resoconti apparentemente coerenti che però non reggono ad un esame più attento. Spesso sono stati esposti, durante l’infanzia, ad eventi traumatici non ancora risolti.

Si deve a Main, Kaplan e Cassidy (1985) l’aver ripreso e sviluppato il concetto di Modelli Operativi Interni e l’aver sottolineato come differenze individuali nel comportamento di attaccamento riflettano , in modo specifico, differenze individuali nelle rappresentazioni mentali di sé, in interazione con le figure di attaccamento.
Anche Zeanah e Anders (1987) hanno rielaborato la concezione dei modelli operativi interni , specificando che non riflettono una rappresentazione reale ed obiettiva del genitore ma l’esperienza soggettiva che il bambino ha dei genitori e l’esperienza soggettiva che ciascun genitore ha del proprio figlio.

Una dimostrazione della continuità dei modelli di attaccamento nel tempo e delle influenze intergenerazionali è stata fornita da vari studi longitudinali (Main & Goldwyn, 1995; Van Ijzendoorn, 1992). Tali ricerche comparano gli stili di attaccamento materno e paterno e quelli del bambino. Queste ricerche presentano risultati simili che collegano significativamente i pattern di attaccamento del bambino con quelli dei genitori i quali derivano, a loro volta, dai MOI che il genitore stesso possiede. Si delinea così un processo di trasmissione intergenerazionale delle modalità di stabilire relazioni significative.

La Main (1991) ha approfondito anche il lavoro sui modelli mentali, integrandolo con il concetto di rappresentazioni metacognitive, affermando che l’organizzazione dello stile di attaccamento del bambino è modellato dalla qualità metacognitiva del caregiver. Un genitore che utilizza un modello coerente ed unitario nel presentare la sua storia di attaccamento facilmente favorirà lo sviluppo di un modello di attaccamento sicuro del figlio nei suoi confronti; mentre quando il genitore fornirà modelli incoerenti e multipli, molto probabilmente il figlio svilupperà con lui dei modelli di attaccamento insicuri multipli, cioè conflittuali ed incompatibili.

Siegel (2001) e Fonagy, Gyorgy, Jurist (2004) hanno elaborato il concetto di “mindsigh” o mentalizzazione. Entrambe le definizioni mirano a sottolineare la capacità della mente umana di percepire e creare delle rappresentazioni della propria mente e di quella degli altri e suggeriscono che tale capacità si possa sviluppare solo se l’individuo abbia sperimentato un certo grado di attaccamento sicuro. Fonagy sottolinea che capire una mente è difficile senza aver avuto l’esperienza di essere stato capito come una persona con una mente. E pone qui le basi della trasmissione intergenerazionale dei MOI.

Le relazioni amorose sono forse le relazioni di attaccamento più importanti della vita adulta anche perché sembrano giocare un ruolo terapeutico nel mitigare gli effetti di precoci disturbate relazioni di attaccamento (Quinton, Rutter, & Liddle, 1984).
In particolare gli psicologi sociali Hazan e Shaver (1987) formularono l’ipotesi che in età adulta l’amore sia simile al sentimento provato dal bambino per la madre, in particolare per quanto riguarda la ricerca e il mantenimento della vicinanza fisica, la fiducia nella disponibilità continua del partner, la richiesta di conforto rivolta al partner, così come il disagio provato a causa di separazioni o minacce alla stabilità delle relazioni. Suppongono che, nell’attaccamento adulto, le differenze individuali siano legate alle differenti modalità con cui i soggetti si rappresentano le relazioni di attaccamento stabilite con i genitori nell’infanzia. Vi sono tuttavia delle chiare differenze tra l’attaccamento infantile e quello adulto: il fatto che la figura di attaccamento è un pari e che è implicata anche la sfera sessuale.

Numerosi sono gli studi (per esempio Florian, Mikulincer, & Bucholtz, 1995; Simpson, 1990) che hanno mostrato un’associazione tra lo stile di attaccamento e la qualità delle relazioni da adulti. In particolare con riferimento al ruolo del supporto sociale, l’attaccamento sicuro è positivamente associato con una generale percezione di avere supporto sociale, con la capacità di chiedere supporto e la consapevolezza di averlo avuto. Mentre invece (Simpson, 1990) l’attaccamento insicuro con la percezione di non avere supporto sociale; in particolare nel caso dell’attaccamento evitante si riscontra una negazione del bisogno di chiedere un supporto.
In linea con i suggerimenti di Bowlby (1973), rispetto al fatto che i modelli operativi interni differiscono proprio in termini di immagine di sé e degli altri, Bartholomew elaborò un modello di attaccamento per adulti (Bartholomew e Horowitz, 1991) nel quale è messa in evidenza l’importanza di considerare l’effetto dell’immagine interna che ciascuno ha di sé e degli altri sulle rappresentazioni di attaccamento. Bartholomew considerò le quattro categorie derivanti dalla combinazione logica dei due livelli di immagine di sé (positiva/negativa) con i due livelli di immagine degli altri (positiva/negativa).
Quattro prototipi di stile di attaccamento sono stati creati a partire da queste due dimensioni: sicuro, preoccupato, distanziante, impaurito.

Ciascuna delle quattro modalità di attaccamento è concettualizzata come un prototipo a cui gli individui possono avvicinarsi in vari gradi. In effetti la maggior parte degli individui mostra elementi di più modalità di attaccamento, per cui è necessario prendere in considerazione i loro profili nelle quattro modalità per poter valutare adeguatamente i sentimenti, le aspettative e i comportamenti nell’ambito dell’attaccamento. Per la costruzione e la verifica di questo modello, Bartholomew e Griffin (1994) crearono il Relationship Scale Questionnaire che viene utilizzato per valutare lo stile di attaccamento negli adulti.

L’orientamento più recente concettualizza l’attaccamento in termini di una continua variazione tra le due dimensioni ortogonali: ansietà (che si riferisce al desiderio della vicinanza unito alla paura dell’abbandono) ed evitamento (che si riferisce alla difficoltà a vivere la vicinanza e la dipendenza).

Questo approccio è supportato da analisi tassometriche (Fraley & Waller, 1998; Fraley, Waller, & Brennan, 2000) che indicano che possa esprimere meglio i fattori multipli che contribuiscono all’attaccamento e che variano continuamente lungo il continuum.

Negli ultimi anni sono fiorite ricerche che hanno sottolineato il fatto che lo stile di attaccamento esercita importanti effetti biologici sulla salute delle persone durante tutta la durata della vita.

Maunders e Hunter ( 2001) suggeriscono, come risultato del loro studio, un modello che correla l’attaccamento insicuro al rischio di malattie attraverso tre meccanismi:

maggior suscettibilità allo stress; maggior ricorso a regolatori esterni delle emozioni; comportamenti non funzionali per esempio nella modalità di richiesta d’ aiuto, ma anche nel mancato rispetto delle terapie mediche. Sostengono che l’attaccamento insicuro sia un rischio aggiuntivo da sommare ad una vulnerabilità genetica e/o ad un agente infettivo.
Lo studio retrospettivo di Mikulincer, Florian e Weller (1993) su studenti israeliani che avevano avuto esperienza di attacchi missilistici durante la Guerra del Golfo ha sottolineato che tutti i soggetti insicuri riportavano più alti livelli di ostilità e somatizzazione rispetto a quelli con attaccamento sicuro e che quelli con attaccamento ambivalente (preoccupato) riportavano anche maggiore ansia e depressione.
Inoltre nella ricerca di Piccardi et al. ( 2007) si è evidenziata un’associazione, indipendente dal livello di stress e sostegno sociale, tra maggiore evitamento nelle relazioni di attaccamento e minore attività citotossica delle cellule natural killer. In altre ricerche di Picardi si è evidenziato che l’attaccamento insicuro, soprattutto di tipo evitante, tende ad aumentare il rischio di insorgenza di alopecia areata (Picardi et al., 2003) mentre quello di tipo ansioso (Picardi et al., 2000) tende ad aumentare il rischio di aggravamento della vitiligine.
Anche in psichiatria lo studio dell’attaccamento riveste attualmente una particolare rilevanza. Infatti, vi sono evidenze crescenti dell’esistenza di un rapporto tra attaccamento insicuro e disturbi psicopatologici, già ipotizzato da Bowlby molti decenni addietro. Pur non equivalendo a una diagnosi psicopatologica, l’attaccamento insicuro sembra infatti rappresentare un importante fattore di rischio psicosociale, ed è stato posto in relazione con lo sviluppo di disturbi di personalità (Brennan & Shaver, 1998). In un’altra rassegna di studi (Gunderson, Holmes, Lyons-Ruth, & Agrawal, 2004) viene sottolineata la correlazione tra attaccamento insicuro e vulnerabilità al disturbo borderline di personalità, dove è appunto centrale la paura dell’abbandono. Da un’altra ricerca (Bifulco, Moran, Ball, & Bernazzani, 2002) emerge una significativa correlazione tra attaccamento insicuro e depressione clinica. Da un’altra ancora (Latzer, Hochdorf, Bachar, & Canetti, 2002) tra stile di attaccamento e funzionamento della famiglia e disturbi alimentari.
E’ cresciuto anche l’interesse verso lo studio dell’attaccamento prenatale e dei suoi correlati cioè di come l’attaccamento al bambino che sta per nascere sia associato all’attaccamento al bambino dopo la nascita.

Nella ricerca di Nelson (1998) è stata esaminata la correlazione tra comportamenti e credenze sul feto, stile di attaccamento e livello di stress di un campione di 218 donne al terzo trimestre di gravidanza. L’ipotesi iniziale, che è stata confermata, era che le donne con attaccamento sicuro interagissero di più col feto e che manifestassero un maggior numero di emozioni positive.

Altre ricerche (Fuller, 1990; Müller, 1996; Siddiqui & Hägglöf, 2000) hanno evidenziato delle significative correlazioni tra attaccamento pre e post natale.
In tutti i casi un campione di donne in gravidanza era invitato a compilare un questionario -The Prenatal Attachment Inventory (Muller & Mercer, 1993) oppure The Maternal Fetal Attachment Scale (Cranley, 1981)- volto a misurare l’attaccamento al feto. Successivamente al parto, madre e bambino venivano osservati e videoregistrati o durante un’interazione viso a viso, oppure durante l’allattamento, oppure venivano somministrati altri questionari come il Maternal Attachment Inventory (Muller, 1994).

Tuttavia, mentre Siddequi e Fuller rilevano una correlazione significativa, Muller sottolinea che , dalla sua ricerca, la correlazione è risultata modesta e che altri fattori possono concorrere. Sottolinea anche che, pur avendo tale filone di studio l’obiettivo di promuovere la salute dei bambini, promuovendo preventivamente la relazione tra madre e figli, occorre prestare attenzione a non interferire nel processo generando stress e sensi di colpa nella madre nel tentativo di raggiungere alti livelli di attaccamento prenatale.

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Mamma che stress!

Il termine stress è diventato, da anni, d’uso comune e quindi ci porta alla necessità di formulare una definizione scientifica di stress, per evitare che, poiché può essere usato per spiegare ogni cosa, finisca per non spiegare più nulla (Cassidy, 2002).

Il primo a usare il termine stress per indicare una reazione d’allarme prodotta nell’organismo da uno stimolo esterno fu il fisiologo Walter Cannon, all’inizio del 1900, prendendo il termine dall’ingegneria, dove sta a indicare lo sforzo e la tensione a cui sono sottoposti i metalli.
Cannon introdusse anche il termine “omeostasi” per evidenziare che, nel rapporto con l’ambiente in cui è immerso, l’organismo vivente è impegnato incessantemente in un processo di continuo adattamento, cercando di mantenere costanti le condizioni del suo ambiente interno, entro valori accettabili per la vita. L’omeostasi, quindi, è al tempo stesso un mezzo e un fine per la sopravvivenza degli individui. In questo processo di continuo adattamento, l’organismo interviene sull’ambiente e reagisce a esso per mantenere l’equilibrio. Cannon identificò, tra queste reazioni dell’organismo impegnato nel processo di adattamento, una specifica forma che chiamò “reazione d’allarme”, ovvero una risposta automatica che viene attivata in determinate condizioni. Egli aveva messo in evidenza, ad esempio, come un incremento della secrezione di adrenalina e noradrenalina da parte della porzione midollare delle ghiandole surrenali avesse una funzione indispensabile, anche negli animali, nel predisporre l’organismo a comportamenti di attacco e di fuga (fight-flight response). Tale reazione si accompagna, infatti, all’aumento della pressione sanguigna, all’incremento della frequenza cardiaca, alla vasocostrizione periferica, alla dilatazione pupillare, alla riduzione della salivazione, all’incremento della funzionalità respiratoria e all’aumento della sudorazione.

Negli anni ’30 Hans Selye iniziò una serie di ricerche sugli ormoni sessuali, iniettando estratti di ovaie e di placenta su ratti da laboratorio. Tuttavia i risultati di queste ricerche – i ratti sviluppavano dopo le iniezioni delle modificazioni della corteccia surrenale, atrofia del timo e della milza, alterazioni dei linfonodi e comparsa di ulcere sanguinanti nello stomaco e nel duodeno – lo portarono a dei risultati inattesi: qualsiasi sostanza iniettata, procurava gli stessi sintomi nei ratti.

Da quella che inizialmente Selye visse come delusione, nacque, invece, l’intuizione dell’esistenza di una reazione non specifica dell’organismo a fattori esterni nocivi.

Reazione allo stress, dunque, come adattamento dell’organismo per far fronte a nuove e più impegnative sollecitazioni ambientali.
Selye, con le sue ricerche, dimostrò che le richieste esterne producono risposte fisiologiche che possono causare danni fisici e perfino la morte e che definì “sindrome generale di adattamento” (GAS), nella quale possiamo riconoscere tre fasi: allarme, resistenza, esaurimento.

A sua volta, la fase di allarme è suddivisa in:
• fase preliminare
• fase acuta di allarme
• fase di ripresa.

Nella fase preliminare o di shock avviene un calo delle funzioni vitali. In questa condizione, l’organismo subisce passivamente, sia per limitare gli effetti nocivi dello stressor (assorbendolo senza opporre resistenza), sia per organizzare le difese e far fronte allo stato di allarme.

Segue poi la fase di contro-shock, o “fase acuta di allarme”, in cui prevale il sistema simpatico con elevazione rapida ed energetica delle funzioni omeostatiche basali e in cui l’organismo organizza in maniera aspecifica tutte le sue difese; il sistema simpatico, oltre ad agire sul metabolismo e sulla circolazione sanguigna, attiva la costellazione endocrina simpatica, con la secrezione e l’immissione in circolo di adrenalina e noradrenalina, e mette in funzione l’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene, con l’aumento generale dei processi metabolici, lipolisi e glicolisi, in modo tale da fornire all’organismo energia a sufficienza per affrontare la situazione.

In questa fase la mobilizzazione delle difese è generale: il cuore batte più in fretta, aumenta l’afflusso sanguigno ai muscoli che possono scattare con più rapidità, il sangue diviene più coagulabile in vista di eventuali emorragie da ferite. Contemporaneamente, le funzioni corporee non strettamente necessarie alla difesa (digestione, sessualità, sintesi proteica, ecc.) vengono messe in una sorta di ‘limbo’ funzionale (Di Nuovo, Rispoli, Genta, 2000).

Questi meccanismi adattativi vengono determinati sia dall’attivazione del sistema nervoso vegetativo simpatico (con la liberazione di adrenalina e noradrenalina), sia dall’attivazione dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Cortico Surrene che determina il rilascio di glucocorticoidi.

L’organismo si prepara perciò alla risposta di “attacco o fuga” e, se ha successo, viene ripristinata l’omeostasi; infatti quando le difese, allertate in questa fase, sono sufficienti a neutralizzare o allontanare la causa nociva, segue allora la “fase di ripresa” con intervento del parasimpatico quale sistema di rigenerazione energetica e di restaurazione della normalità man mano che l’eccitazione del simpatico decresce.
Invece, se esaurite le tre fasi della reazione d’allarme, l’evento nocivo non è stato neutralizzato dai sistemi difensivi di pronto intervento, si attiva la fase di resistenza o adattamento, nella quale l’organismo organizza più stabilmente le sue difese: il SNA lascia il campo all’asse ipofisario-surrenalico con modalità difensive a lungo termine (aumento delle funzioni omeostatiche basali).
Se la minaccia perdura ancora, l’organismo entra nel terzo stadio della GAS, la “fase di esaurimento” della risposta in cui ricompaiono, aggravati, i segni della reazione d’allarme e si verifica il crollo delle difese immunitarie, l’incapacità di adattarsi ulteriormente agli stressor e gli organi smettono di funzionare.
La fase di esaurimento, che nasce con il persistere dell’evento stressante, rende l’individuo incapace di reagire e può portarlo a un grado di indebolimento tale da favorire anche la comparsa di malattie infettive e/o organiche talmente gravi da poter avere, addirittura, un esito infausto.

Seppur tutt’altro che recente, questa teoria, ideata nel 1936, è valida ancora oggi.

Successivamente gli studi sullo stress si concentrarono sull’analisi dettagliata dei processi fisiologici, sulla misurazione delle conseguenze che alcuni stimoli esterni pericolosi, nocivi o vissuti come tali, hanno sugli organismi viventi.

Fu merito di Richard Lazarus, negli anni ‘80, aver integrato il modello di Selye con aspetti cognitivi ed emotivi. Tali studi dimostrarono che non c’è una risposta fisiologica comune a tutti gli agenti stressanti ma che vi sono differenze individuali allo stress e che tali risposte individuali sono mediate dalla valutazione cognitiva dell’evento stesso.

Questo modello, che prende il nome di transazionale, è oggi quello maggiormente adottato e concepisce lo stress come una transazione tra la persona e il suo ambiente.
L’interazione, o il disaccordo, tra le opportunità e le richieste dell’ambiente, e i bisogni e le capacità, nonché le aspettative, dell’individuo, suscitano reazioni. Quando non c’è accordo, quando i bisogni non sono soddisfatti, o quando le capacità sono usate troppo o troppo poco, l’organismo reagisce con vari meccanismi patogeni. Essi hanno natura cognitiva, emozionale, comportamentale e/o fisiologica, e in alcune condizioni di intensità, frequenza o durata, e in presenza o assenza di certe variabili interagenti, possono condurre agli stati precursori della malattia.

La valutazione cognitiva degli eventi, esterni e interni, quindi, ha un peso nel generare stress. Negli anni ’60 Schachter (1962) ha formulato una teoria che, per più di due decenni, è rimasta il modello interpretativo dominante delle emozioni. Secondo Schachter si prova un’emozione quando si sceglie un’etichetta cognitiva per designare uno stato diffuso di attivazione fisiologica cui diamo il nome di una particolare sensazione.
Secondo Lazarus (1984), la valutazione cognitiva, tuttavia, non è equiparabile al pensiero intenzionale, razionale e consapevole. E tale processo cognitivo non è la condizione necessaria e sufficiente dell’emozione. Lazarus sostiene, infatti, che prima di provare una normale emozione noi valutiamo gli eventi in modo rapido e inconsapevole, basando i nostri pensieri su informazioni minime e facendo talora ricorso anche a premesse irrazionali.
Le valutazioni cognitive che si formano molto rapidamente e provocano una risposta emotiva istantanea (ad esempio “quell’orso sta per assalirmi”) prendono il nome di processi cognitivi caldi e sono i precursori dell’emozione. Altri processi cognitivi, più lenti (ad esempio “quell’orso ha una pelliccia nera molto folta”) non destano alcuna emozione e vengono quindi definiti processi cognitivi freddi. Secondo Lazarus, i processi cognitivi caldi precedono sempre le emozioni.
Per Lazarus, gli eventi sono stressanti nella misura in cui sono percepiti come stressanti. Lo stress è caratterizzato dal fatto che l’individuo percepisce le sfide che l’ambiente gli pone come troppo gravose ed eccedenti le sue risorse, come fattori in grado di mettere a rischio il suo benessere.

Come evidenzia Lazzari (2009), le sfide possono anche essere interne all’individuo, rappresentare le sue aspettative, desideri, cosa gli altri vogliono da lui e cosa vuole ottenere dagli altri. Anche in questo caso, se le aspettative interne sono percepite come eccessive rispetto alle capacità, si può generare stress. E più le aspettative interne non sono consapevoli , maggiore sarà il senso di disagio e lo stress non riconosciuto mentalmente farà sentire i suoi effetti sul corpo.

Definiamo a questo punto stress, una reazione fisiologica, psicologica e comportamentale, un effetto attivante o arousal che produce tutta una serie di modificazioni finalizzate a mettere l’individuo nella condizione di affrontare una potenziale minaccia (Lazzari, 2009).
Dicendo potenziale, intendiamo che la minaccia può essere: reale/esterna (sono per strada, sola di sera e mi trovo davanti un uomo armato di coltello), oppure presunta/esterna (sono per strada, sola di sera e mi trovo davanti una persona che temo sia un aggressore), oppure interna (sono sola in casa e penso che i ladri potrebbero entrare). E che, quindi, la presunzione è soggettiva e mediata da una valutazione cognitiva e cioè che lo stress dipende non solo dalle condizioni che viviamo ma anche da come le viviamo.
A livello fisiologico definiamo stress le modificazioni attivate attraverso tre vie: una è rappresentata dall’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene, l’altra dal sistema ormonale delle midollari del surrene e la terza dal sistema nervoso simpatico noradrenergico.
Il segnale di attivazione del sistema dello stress giunge all’ipotalamo che è la stazione di partenza comune delle tre vie.

Nella prima via, questo segnale stimola la produzione, da parte dei nuclei paraventricolari dell’ipotalamo, dell’ormone di rilascio della corticotropina (CRH). Questa sostanza induce l’ipofisi a produrre l’ormone adrenocorticotropo (ACTH) che, tramite la circolazione sanguigna, va a stimolare, nella corteccia delle ghiandole surrenali, la produzione di glucocorticoidi, tra cui il più importante è il cortisolo. Ricordiamo che l’ipofisi è la principale struttura di regolazione degli ormoni ed è anche un nodo strategico tra il sistema nervoso e quello endocrino.
Il cortisolo prodotto ha la funzione di produrre una mobilitazione generale delle risorse dell’organismo: incremento della produzione di glucosio nel fegato, aumento della disponibilità di glucosio nel cervello, stimolazione dell’utilizzo delle proteine per la produzione
di energia, stimolazione del sistema immunitario.
I neuroni dell’ipotalamo contenenti CRH sono regolati da due strutture: l’amigdala e l’ippocampo. L’informazione sensoriale giunge all’amigdala basolaterale, dove è analizzata e inviata ai neuroni del nucleo centrale. Quando il nucleo centrale dell’amigdale diviene attivo, dà origine alla risposta da stress, attivando il rilascio di CRH.
L’attivazione dell’ippocampo, invece, sopprime il rilascio di CHR in quanto contiene numerosi recettori glucocorticoidei (GR) che rispondono al cortisolo rilasciato dalle ghiandole surrenali in risposta all’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Quindi l’ippocampo partecipa alla regolazione a feed-back di tale asse, inibendo il rilascio di CRH e successivamente di ACTH quando il livello di cortisolo in circolo diventa troppo alto.
Tuttavia – come approfondiremo nel paragrafo 1.3 – l’esposizione continua a cortisolo, come nello stress cronico, può causare una diminuzione del volume dell’ippocampo. Molte sono le ricerche relative a reduci di guerra, donne vittime di abusi sessuali prolungati nel tempo, persone sottoposte ad abuso fisico e psicologico protratto (Bremner, 1999; Kitayama, Vaccarino, Kutner, Weiss, & Bremner, 2005; Putnam & Trickett, 1997), donne che hanno avuto cancro al seno (Nakano et al., 2002). Queste ricerche hanno evidenziato una correlazione tra stress cronico associato a elevata presenza di sintomi di PTSD e atrofia ippocampale.

In seguito a questa degenerazione dell’ippocampo, si stabilisce un circolo vizioso nel quale la risposta da stress diviene più pronunciata, portando ad un rilascio ancora maggiore di cortisolo e ad un danno ippocampale ancora più grande.

La via nervosa è sempre attivata dall’ipotalamo, che invia segnali ad alcune strutture nervose, in particolare al locus coeruleus. Da questi centri si attiva la produzione di noradrenalina (un ormone che svolge anche funzione di neurotrasmettitore) che va a stimolare l’attività del sistema nervoso simpatico (seconda via).
Inoltre partono segnali che arrivano alla porzione midollare delle ghiandole surrenali dove viene stimolata la produzione di adrenalina (terza via).
Noradrenalina e adrenalina sono catecolamine, sostanze che incidono sulla funzione di vari organi: aumentano l’attività cardiaca, la pressione e il flusso sanguigno, l’afflusso del sangue ai muscoli e ai reni, riducono il diametro dei vasi sanguigni periferici e lo aumentano nel fegato e nei muscoli.

A seconda della fonte dello stress, vengono attivate l’una o l’altra via. Per esempio, il freddo ha una forte attivazione del sistema simpatico e nessuna attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, mentre una performance in pubblico produce una forte attivazione della midollare del surrene e una scarsa attivazione del simpatico.
Queste due vie non sono tuttavia completamente distinte fra loro: la produzione di ormone corticotropo (CRH) da parte dell’ipotalamo, infatti, oltre a stimolare l’adenoipofisi a produrre l’ormone adrenocorticotropo (ACTH), che a sua volta andrà a determinare il rilascio di glucocorticoidi da parte della corticale del surrene, determina anche un aumento della concentrazione ematica di catecolamine, che agiranno poi da neurotrasmettitori a livello dell’amigdala e dell’ipotalamo coinvolti nei processi di elaborazione della potenziale pericolosità dello stimolo stressogeno.
Ma, mentre è di importanza vitale la secrezione di glucocorticoidi durante uno stress fisico di breve durata, lo stress psichico e cronico producono, come abbiamo visto, un eccesso di questi ormoni e possono avere profondi effetti dannosi attraverso tutto il corpo.
L’adattamento dell’organismo allo stress, infatti, è la base della vita; le malattie, invece, sono il frutto di un cattivo adattamento.
Nel caso di stress cronico, infatti, l’eccesso di cortisolo provoca una disregolazione delle citochine infiammatorie e dei circuiti Th1, Th2, Th3 e questo si traduce in una soppressione sia dell’immunità cellulare che umorale.

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Psicosomatica

Soffermiamoci, brevemente, sulla relazione stress-mente- corpo. Intorno agli anni ’30, il medico G.W. Groddeck, allievo di Freud, approfondisce gli studi sui fenomeni isterici. Le manifestazioni isteriche si esprimono con una moltitudine di sintomi somatici (agitazioni, sudorazioni profuse, tremori, grida e crisi lipotimiche) correlati con i conflitti psico-emotivi presenti nei soggetti colpiti.
Groddeck fu il primo a studiare il legame tra le attività e funzioni del nostro organismo con particolare riguardo al rapporto tra mente e corpo (tra psiche e soma).
L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia alla visione olistica del corpo umano, all’interno della consapevolezza che corpo e mente sono strettamente legati tra loro.

La disciplina che inizialmente studiò i rapporti tra mente e corpo prese il nome di medicina psicosomatica.

Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica negli ultimi trent’anni (grazie anche allo sviluppo e alla nascita di nuove tecniche e tecnologie bio-mediche) è la psiconeuroendocrinoimmunologia – www.PNEI.it -, che ha l’obiettivo di chiarire le relazioni tra funzionamento psicologico, secrezione di neurotrasmettitori e ormoni e funzionamento del sistema immunitario.
Questa disciplina ha messo al centro dei propri studi lo stress e nasce dal momento in cui sono stati identificati i collegamenti tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario e, in tal modo, le relazioni tra la mente il corpo hanno potuto travalicare l’ambito della sola congettura teorica.

Furono, per primi, gli studi di J. Edwin Blalock (1994) ad evidenziare che il sistema nervoso, immunitario ed endocrino comunicano bi-direzionalmente, cioè la comunicazione va dal cervello alle cellule immunitarie e da queste al cervello; allo stesso modo dal cervello alle cellule endocrine e, da queste al cervello. E questa comunicazione suggerisce un ruolo immunoregolatore per il cervello e una funzione di sensore per il sistema immunitario.

La reazione di stress con i suoi ormoni (CRH, ACTH, cortisolo, DHEA-s) e i suoi neurotrasmettitori (noradrenalina e adrenalina), coinvolge il cervello, il sistema endocrino, il sistema immunitario e, tramite loro, anche i processi metabolici e infiammatori.

Viene ad essere superato il concetto di omeostasi come automatico e universale meccanismo di ripristino delle stesse condizioni di partenza, come ricerca di stabilità.

Alla fine degli anni ’80, Peter Sterling e Joseph Eyer (1988) utilizzeranno un nuovo termine, “allostasi”, per indicare il peso biologico dello stress sull’organismo e per indicare il processo generale di regolazione, e non i singoli feedback omeostatici, e per sottolineare che i punti di equilibrio cambiano per necessità adattive, che ci si trova davanti ad una condizione diversa e che l’adattamento è, quindi possibile, tramite il cambiamento.

Oggi il carico allostatico, cioè il peso dello stress che l’organismo si porta avanti da anni, è misurabile con 12 marker: pressione sistolica (massima), pressione diastolica (minima), cortisolo urinario, noradrenalina urinaria, adrenalina urinaria, DHEA-s nel siero, emoglobina glicosilata, colesterolo HDL, rapporto tra colesterolo totale e HDL, interleuchina-6, fibrinogeno, albumina.

Un’importante ricerca condotta da McEwen, Rowe, Singer e Seeman (2001), che ha monitorato dal 1988 al 1996 circa 4000 persone, tra i 70 e i 79 anni, utilizzando i marker sopra elencati, ha rivelato che il ruolo dello stress era molto maggiore di quello che ci si poteva aspettare. L’analisi dei dati ha, infatti, evidenziato una relazione diretta e importante tra il carico allostatico, cioè lo stress, di queste persone all’inizio della ricerca e dopo 7 anni. Soggetti con un carico allostatico basso o medio – basso, risultavano avere una prospettiva di vita più lunga e anche più libera da malattie cardiovascolari e metaboliche, con migliori abilità intellettive e funzionalità fisica.

Molte prove sono state accumulate degli effetti dello stress cronico sulla salute fisica e mentale.

Di Nuovo, Rispoli e Genta (2000) propongono un modello dove evidenziano che lo stress cronico produce un circuito a feedback autoriproducentesi che crea uno “stimolo fantasma” stressante, all’interno dell’organismo, indipendentemente dalla realtà esterna, e che porta verso la patologia

Stroebe e Stroebe (2000) osservarono che l’esperienza di stress influenza anche i comportamenti rilevanti per la salute, spingendo le persone ad adottare comportamenti dannosi per la salute nel tentativo di controllare le proprie emozioni o ridurre la minaccia.
E’ ormai riconosciuta una relazione tra stress e malattie fisiche: ulcera peptica e coliti sono comuni; la crescita si può interrompere come nel nanismo sociale; negli adulti si può verificare la soppressione della ricalcificazione delle ossa che porterà eventualmente all’osteoporosi. Anche assenza di ciclo mestruale o impotenza, esacerbazione delle malattie autoimmuni, ipertensione, diabete, immunosoppressione, accelerazione di alcuni degli aspetti degenerativi della vecchiaia (Abdollahi, Larijani, Rahimi, & Salari, 2005; Bradley, 1960; Buljevac et al., 2003; Imboden, Canter, & Cluff, 1961; Sapolsky, 1992).

Un importante studio epistemologico, il Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study, sta seguendo la crescita di circa 1000 bambini nati nel 1972/73 a Dunedin in Nuova Zelanda.”Questo è uno degli studi longitudinali di maggior durata mai realizzato e , nonostante i soggetti studiati siano ancora in giovane età, ha permesso di vedere che gli individui che sono stati sottoposti a maltrattamenti abbiano un indice di infiammazione e un indice di rischio metabolico più elevati rispetto alla media, oltre a presentare una maggior frequenza di casi di depressione. Dallo studio è emerso che il 10% di questi ragazzi ha sofferto di maltrattamenti, definibili come rifiuto da parte dei genitori, frequenti cambiamenti nelle figure adulte di riferimento, abusi fisici o sessuali: il 33% delle vittime di maltrattamenti – contro il 18% dei soggetti di controllo – ha mostrato in età adulta processi infiammatori, misurati attraverso un eccesso di proteina C reattiva e fibrinogeno e un numero anomalo di globuli bianchi.” (Danese, 2010, in Cicerone, 2010, p.8)
Vi è anche una stretta correlazione tre stress e malattie mentali, ad esempio la depressione, come emerge dalla ricerca di Chapman, Whitfield, Felitti, Dube, Edwards e Anda (2004) dove si evidenzia che l’esposizione ad esperienze infantili avverse è associata con un aumento di rischio di sviluppare disordini depressivi anche a decenni dal loro accadimento.

Schore (2001a) evidenzia una correlazione tra la sindrome da deficit di attenzione e iperattività nei bambini, stress relazionali subiti nei primi due anni di vita e formazione deficitaria dell’emisfero destro.

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