Psicosomatica

Soffermiamoci, brevemente, sulla relazione stress-mente- corpo. Intorno agli anni ’30, il medico G.W. Groddeck, allievo di Freud, approfondisce gli studi sui fenomeni isterici. Le manifestazioni isteriche si esprimono con una moltitudine di sintomi somatici (agitazioni, sudorazioni profuse, tremori, grida e crisi lipotimiche) correlati con i conflitti psico-emotivi presenti nei soggetti colpiti.
Groddeck fu il primo a studiare il legame tra le attività e funzioni del nostro organismo con particolare riguardo al rapporto tra mente e corpo (tra psiche e soma).
L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia alla visione olistica del corpo umano, all’interno della consapevolezza che corpo e mente sono strettamente legati tra loro.

La disciplina che inizialmente studiò i rapporti tra mente e corpo prese il nome di medicina psicosomatica.

Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica negli ultimi trent’anni (grazie anche allo sviluppo e alla nascita di nuove tecniche e tecnologie bio-mediche) è la psiconeuroendocrinoimmunologia – www.PNEI.it -, che ha l’obiettivo di chiarire le relazioni tra funzionamento psicologico, secrezione di neurotrasmettitori e ormoni e funzionamento del sistema immunitario.
Questa disciplina ha messo al centro dei propri studi lo stress e nasce dal momento in cui sono stati identificati i collegamenti tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario e, in tal modo, le relazioni tra la mente il corpo hanno potuto travalicare l’ambito della sola congettura teorica.

Furono, per primi, gli studi di J. Edwin Blalock (1994) ad evidenziare che il sistema nervoso, immunitario ed endocrino comunicano bi-direzionalmente, cioè la comunicazione va dal cervello alle cellule immunitarie e da queste al cervello; allo stesso modo dal cervello alle cellule endocrine e, da queste al cervello. E questa comunicazione suggerisce un ruolo immunoregolatore per il cervello e una funzione di sensore per il sistema immunitario.

La reazione di stress con i suoi ormoni (CRH, ACTH, cortisolo, DHEA-s) e i suoi neurotrasmettitori (noradrenalina e adrenalina), coinvolge il cervello, il sistema endocrino, il sistema immunitario e, tramite loro, anche i processi metabolici e infiammatori.

Viene ad essere superato il concetto di omeostasi come automatico e universale meccanismo di ripristino delle stesse condizioni di partenza, come ricerca di stabilità.

Alla fine degli anni ’80, Peter Sterling e Joseph Eyer (1988) utilizzeranno un nuovo termine, “allostasi”, per indicare il peso biologico dello stress sull’organismo e per indicare il processo generale di regolazione, e non i singoli feedback omeostatici, e per sottolineare che i punti di equilibrio cambiano per necessità adattive, che ci si trova davanti ad una condizione diversa e che l’adattamento è, quindi possibile, tramite il cambiamento.

Oggi il carico allostatico, cioè il peso dello stress che l’organismo si porta avanti da anni, è misurabile con 12 marker: pressione sistolica (massima), pressione diastolica (minima), cortisolo urinario, noradrenalina urinaria, adrenalina urinaria, DHEA-s nel siero, emoglobina glicosilata, colesterolo HDL, rapporto tra colesterolo totale e HDL, interleuchina-6, fibrinogeno, albumina.

Un’importante ricerca condotta da McEwen, Rowe, Singer e Seeman (2001), che ha monitorato dal 1988 al 1996 circa 4000 persone, tra i 70 e i 79 anni, utilizzando i marker sopra elencati, ha rivelato che il ruolo dello stress era molto maggiore di quello che ci si poteva aspettare. L’analisi dei dati ha, infatti, evidenziato una relazione diretta e importante tra il carico allostatico, cioè lo stress, di queste persone all’inizio della ricerca e dopo 7 anni. Soggetti con un carico allostatico basso o medio – basso, risultavano avere una prospettiva di vita più lunga e anche più libera da malattie cardiovascolari e metaboliche, con migliori abilità intellettive e funzionalità fisica.

Molte prove sono state accumulate degli effetti dello stress cronico sulla salute fisica e mentale.

Di Nuovo, Rispoli e Genta (2000) propongono un modello dove evidenziano che lo stress cronico produce un circuito a feedback autoriproducentesi che crea uno “stimolo fantasma” stressante, all’interno dell’organismo, indipendentemente dalla realtà esterna, e che porta verso la patologia

Stroebe e Stroebe (2000) osservarono che l’esperienza di stress influenza anche i comportamenti rilevanti per la salute, spingendo le persone ad adottare comportamenti dannosi per la salute nel tentativo di controllare le proprie emozioni o ridurre la minaccia.
E’ ormai riconosciuta una relazione tra stress e malattie fisiche: ulcera peptica e coliti sono comuni; la crescita si può interrompere come nel nanismo sociale; negli adulti si può verificare la soppressione della ricalcificazione delle ossa che porterà eventualmente all’osteoporosi. Anche assenza di ciclo mestruale o impotenza, esacerbazione delle malattie autoimmuni, ipertensione, diabete, immunosoppressione, accelerazione di alcuni degli aspetti degenerativi della vecchiaia (Abdollahi, Larijani, Rahimi, & Salari, 2005; Bradley, 1960; Buljevac et al., 2003; Imboden, Canter, & Cluff, 1961; Sapolsky, 1992).

Un importante studio epistemologico, il Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study, sta seguendo la crescita di circa 1000 bambini nati nel 1972/73 a Dunedin in Nuova Zelanda.”Questo è uno degli studi longitudinali di maggior durata mai realizzato e , nonostante i soggetti studiati siano ancora in giovane età, ha permesso di vedere che gli individui che sono stati sottoposti a maltrattamenti abbiano un indice di infiammazione e un indice di rischio metabolico più elevati rispetto alla media, oltre a presentare una maggior frequenza di casi di depressione. Dallo studio è emerso che il 10% di questi ragazzi ha sofferto di maltrattamenti, definibili come rifiuto da parte dei genitori, frequenti cambiamenti nelle figure adulte di riferimento, abusi fisici o sessuali: il 33% delle vittime di maltrattamenti – contro il 18% dei soggetti di controllo – ha mostrato in età adulta processi infiammatori, misurati attraverso un eccesso di proteina C reattiva e fibrinogeno e un numero anomalo di globuli bianchi.” (Danese, 2010, in Cicerone, 2010, p.8)
Vi è anche una stretta correlazione tre stress e malattie mentali, ad esempio la depressione, come emerge dalla ricerca di Chapman, Whitfield, Felitti, Dube, Edwards e Anda (2004) dove si evidenzia che l’esposizione ad esperienze infantili avverse è associata con un aumento di rischio di sviluppare disordini depressivi anche a decenni dal loro accadimento.

Schore (2001a) evidenzia una correlazione tra la sindrome da deficit di attenzione e iperattività nei bambini, stress relazionali subiti nei primi due anni di vita e formazione deficitaria dell’emisfero destro.

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