La teoria dell’attaccamento: una chiave per capire come mi relaziono con gli altri.

Bowlby (1989) definisce il concetto di attaccamento come un sistema biologico innato, la naturale ed innata tendenza del bambino ad allacciare legami affettivi con una specifica figura di attaccamento col fine di sopravvivere fino all’età riproduttiva.

La teoria dell’attaccamento postula l’esistenza di alcuni sistemi comportamentali innati che permettono al bambino di sviluppare, gradualmente, le proprie abilità, mediante l’esplorazione dell’ambiente, grazie alla protezione di una o più figure di attaccamento che si prendono cura di lui.
La disponibilità di una figura di attaccamento in grado di accordarsi con i ritmi naturali del bambino e di avere con lui una comunicazione coerente e contingente, fornirà una base sicura per l’attaccamento.

I processi di attaccamento, formati nell’infanzia, contribuiranno a costruire le basi delle modalità con cui, successivamente, l’individuo si porrà nei confronti del mondo, una base sicura per imparare a conoscere se stesso e a relazionarsi con gli altri.
Tuttavia, non sempre i genitori sono in grado di fornire delle precoci esperienze di sintonizzazione affettiva, equilibrio e coerenza. In questi casi la ricerca di vicinanza e rifugio da parte del bambino non riceverà risposte adeguate e perciò si svilupperanno forme di attaccamento insicuro.

Da una ricerca socio demografica (Mickelson, Kessler, & Shaver, 1997) era emerso che , negli USA, la percentuale di popolazione con attaccamento insicuro era del 41%.
Una recente ricerca (Rusby & Tasker, 2008) porta ulteriori dati a sostegno del ruolo delle cure genitoriali nell’attaccamento sicuro, grazie ad uno studio che ha analizzato gli effetti a lungo termine sull’attaccamento adulto a seguito di un temporanea separazione dai genitori nell’infanzia. Il campione era costituito da 859 soggetti di cui 770 erano stati sfollati durante la seconda guerra mondiale e 89 no. I risultati hanno mostrato una percentuale di attaccamento sicuro in bambini, sfollati tra i 4 e i 6 anni rispettivamente del 38% per gli uomini e 27% per le donne , paragonato a quelli non separati le cui percentuali erano del 64% e 44%. La qualità delle cure ricevute e la frequenza delle visite dei genitori durante la separazione sono risultati incidere sullo stile di attaccamento relativamente al campione delle donne. Senza tener conto dello sfollamento, sia gli uomini che le donne che riportavano scarse cure genitoriali mostravano una percentuale del 23% di attaccamento sicuro in confronto a quelli che avevano ricevute cure adeguate le cui percentuali erano, per gli uomini del 45% e per le donne del 43%. Inoltre mostravano un aumento proporzionale nella categoria distanziante, per gli uomini, e impaurito, per le donne.

Bowlby (1982) sosteneva, inoltre, che l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano per tutta la vita e dunque che lo stile di attaccamento, formatosi durante l’infanzia, rimarrà relativamente stabile durante tutto l’arco della vita, ricalcando quel modello che ha origine dalle relazioni precoci tra il bambino e chi si prende cura di lui.
Responsabili di questa permanenza risultano essere i Modelli Operativi Interni (MOI), modelli relazionali appresi attraverso il ripetersi delle interazioni con le prime figure significative.
Secondo Bowlby (1972) i MOI sono rappresentazioni mentali che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni del mondo e che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi, consentendo di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale. Sulla struttura di questi modelli complementari l’individuo baserà le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per avere aiuto.
I modelli operativi interni iniziano a consolidarsi dall’infanzia, pur essendo relativamente aperti al cambiamento nei primi anni di vita. Questo “solidificarsi” dei MOI li porta a divenire scontati, arrivano ad operare a livello inconscio, fino dunque a diventare tendenzialmente caratteristiche della personalità del soggetto, più che della relazione.

Il tipo di attaccamento nei bambini può essere verificato attraverso la procedura sperimentale denominata “Strange Situation Procedure” ideata da Ainsworth e Bell (1970) attraverso la quale è possibile rilevare l’organizzazione dell’attaccamento dai 12 ai 24 mesi e valutare l’equilibrio tra il sistema di attaccamento e il sistema di esplorazione del bambino. Si basa sull’osservazione del comportamento del bambino in una situazione di separazione e riunione con la madre. All’inizio il bambino e la madre sono insieme in una stanza non familiare dove vi sono vari giochi; successivamente entra una persona sconosciuta e poi la madre lascia il bambino solo nella stanza. Il ricongiungimento tra madre e bambino può avvenire in due modi diversi che porteranno ad una prima classificazione tra bambino con attaccamento sicuro o insicuro.
I modelli principali di attaccamento che è possibile inferire attraverso questa prova sono 3: sicuro, insicuro evitante, insicuro resistente.
Successivamente fu aggiunto , per la prima volta, da Mary Main e Judith Solomon (1993) un quarto stile, quello insicuro disorganizzato.
Vediamo più nel dettaglio i diversi stili di attaccamento. Nello stile sicuro, l’individuo ha fiducia nella disponibilità e nel supporto della figura di attaccamento nel caso si verifichino condizioni avverse o di pericolo. In tal modo si sente libero di poter esplorare il mondo. Tale stile è promosso da una figura sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a dargli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede.
I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: sicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di essere amabile, capacità di sopportare distacchi prolungati, nessun timore di abbandono, fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri;l’emozione predominante è la gioia.

Lo stile insicuro-evitante è caratterizzato dalla convinzione dell’individuo che, alla richiesta d’aiuto, non solo non incontrerà la disponibilità della figura di attaccamento, ma addirittura verrà rifiutato da questa. Così facendo, il bambino costruisce le proprie esperienze facendo esclusivo affidamento su se stesso, senza l’amore ed il sostegno degli altri, ricercando l’autosufficienza anche sul piano emotivo, con la possibilità di arrivare a costruire un falso Sé. I bambini evitanti, che di solito non sembrano turbati dalla separazione, mettono in atto delle “attività di spostamento” durante la riunione con la madre, giocando in modo rigido e forzato.
Questo stile è il risultato di una figura che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amato, percezione del distacco come “prevedibile”, tendenza all’evitamento della relazione per convinzione del rifiuto, apparente esclusiva fiducia in se stessi e nessuna richiesta di aiuto. Le emozioni predominanti sono tristezza e dolore.

Nello stile insicuro-resistente non vi è nell’individuo la certezza che la figura di attaccamento sia disponibile a rispondere ad una richiesta d’aiuto. Per questo motivo l’esplorazione del mondo è incerta, esitante, connotata da ansia ed il bambino è incline all’angoscia da separazione. Questo stile è promosso da una figura che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da frequenti separazioni, se non addirittura da minacce di abbandono, usate come mezzo coercitivo.
I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amabile, incapacità di sopportare distacchi prolungati, ansia di abbandono, sfiducia nelle proprie capacità e fiducia nelle capacità degli altri. L’emozione predominante è la colpa.

Nello stile insicuro disorientato-disorganizzato i bambini presentano alti livelli di ansietà e di evitamento con comportamenti spaventati, strani, disorganizzati e apertamente conflittuali. Ad esempio, appaiono apprensivi, piangono e si buttano sul pavimento o portano le mani alla bocca con le spalle curve in risposta al ritorno dei genitori dopo una breve separazione. Altri bambini disorganizzati, invece, manifestano comportamenti conflittuali, come girare in tondo mentre simultaneamente si avvicinano ai genitori. Altri ancora appaiono disorientati, congelati in tutti i movimenti, mentre assumono espressioni simili alla trance. Sono anche da considerarsi casi di attaccamento disorganizzato quelli in cui i bambini si muovono verso la figura di attaccamento con la testa girata in altra direzione, in modo da evitarne lo sguardo.

La teoria dell’attaccamento si è oggi costituita come una disciplina a sé stante trasversale sia alla psicoterapia di orientamento psicoanalitico, che cognitivista che sistemico-relazionale.
Schematizzando si possono riassumere brevemente le fasi di sviluppo della teoria: nella prima fase, fino alla fine degli anni ’70, il lavoro di Bowlby di osservazione diretta su deprivazione materna, separazione e lutto, utilizzato fondamentalmente nell’ambito dell’età evolutiva e il lavoro della Ainsworth sulla valutazione dell’attaccamento infantile con la creazione della Strange Situation.
Una seconda fase, con l’inizio negli anni ’80, di valutazione dell’attaccamento nell’adulto, con due sottofiloni: lo studio della trasmissione intergenerazionale delle modalità di attaccamento tra genitori e figli e la prospettiva dell’attaccamento nello studio delle relazioni amorose.

L’attaccamento può infatti essere rilevato anche in età adulta e il primo strumento messo a punto è stato la “Adult Attachment Interview” (George, Kaplan, & Main, 1985), un’intervista semi strutturata composta da una serie di domande aperte che riguardano il rapporto della persona con le sue figure di attaccamento. Durante la AAI viene chiesto ai soggetti di descrivere le esperienze che possono aver avuto da piccoli con i genitori, in particolare su tematiche di perdita o separazione e sul tipo di accudimento. Le interviste sono registrate e viene dato un punteggio che tiene conto della coerenza del soggetto nel fornire il suo racconto. Lo scopo è quello di identificare la configurazione del pensiero sull’attaccamento, cioè i MOI. Vengono identificati quattro stili di attaccamento: libero-autonomo in cui i soggetti tendono ad avere facile accesso ai ricordi; raccontano in modo coerente ed equilibrato la propria infanzia; se vi sono state esperienze negative traspare un senso di dolore provato e superato.

Nello stile distanziante, i soggetti forniscono resoconti brevi e incompleti sostenendo di avere pochi ricordi, sminuiscono i propri bisogni d’attaccamento passati ed attuali, tendono ad idealizzare i genitori e le esperienze passate in contraddizione con i ricordi autobiografici.
I soggetti con stile d’attaccamento preoccupato-invischiato, presentano scarsa capacità di sintesi, narrazioni caotiche e contradditorie, appaiono eccessivamente coinvolti in conflitti e difficoltà legate al passato.

Soggetti con attaccamento irrisolto a volte forniscono resoconti apparentemente coerenti che però non reggono ad un esame più attento. Spesso sono stati esposti, durante l’infanzia, ad eventi traumatici non ancora risolti.

Si deve a Main, Kaplan e Cassidy (1985) l’aver ripreso e sviluppato il concetto di Modelli Operativi Interni e l’aver sottolineato come differenze individuali nel comportamento di attaccamento riflettano , in modo specifico, differenze individuali nelle rappresentazioni mentali di sé, in interazione con le figure di attaccamento.
Anche Zeanah e Anders (1987) hanno rielaborato la concezione dei modelli operativi interni , specificando che non riflettono una rappresentazione reale ed obiettiva del genitore ma l’esperienza soggettiva che il bambino ha dei genitori e l’esperienza soggettiva che ciascun genitore ha del proprio figlio.

Una dimostrazione della continuità dei modelli di attaccamento nel tempo e delle influenze intergenerazionali è stata fornita da vari studi longitudinali (Main & Goldwyn, 1995; Van Ijzendoorn, 1992). Tali ricerche comparano gli stili di attaccamento materno e paterno e quelli del bambino. Queste ricerche presentano risultati simili che collegano significativamente i pattern di attaccamento del bambino con quelli dei genitori i quali derivano, a loro volta, dai MOI che il genitore stesso possiede. Si delinea così un processo di trasmissione intergenerazionale delle modalità di stabilire relazioni significative.

La Main (1991) ha approfondito anche il lavoro sui modelli mentali, integrandolo con il concetto di rappresentazioni metacognitive, affermando che l’organizzazione dello stile di attaccamento del bambino è modellato dalla qualità metacognitiva del caregiver. Un genitore che utilizza un modello coerente ed unitario nel presentare la sua storia di attaccamento facilmente favorirà lo sviluppo di un modello di attaccamento sicuro del figlio nei suoi confronti; mentre quando il genitore fornirà modelli incoerenti e multipli, molto probabilmente il figlio svilupperà con lui dei modelli di attaccamento insicuri multipli, cioè conflittuali ed incompatibili.

Siegel (2001) e Fonagy, Gyorgy, Jurist (2004) hanno elaborato il concetto di “mindsigh” o mentalizzazione. Entrambe le definizioni mirano a sottolineare la capacità della mente umana di percepire e creare delle rappresentazioni della propria mente e di quella degli altri e suggeriscono che tale capacità si possa sviluppare solo se l’individuo abbia sperimentato un certo grado di attaccamento sicuro. Fonagy sottolinea che capire una mente è difficile senza aver avuto l’esperienza di essere stato capito come una persona con una mente. E pone qui le basi della trasmissione intergenerazionale dei MOI.

Le relazioni amorose sono forse le relazioni di attaccamento più importanti della vita adulta anche perché sembrano giocare un ruolo terapeutico nel mitigare gli effetti di precoci disturbate relazioni di attaccamento (Quinton, Rutter, & Liddle, 1984).
In particolare gli psicologi sociali Hazan e Shaver (1987) formularono l’ipotesi che in età adulta l’amore sia simile al sentimento provato dal bambino per la madre, in particolare per quanto riguarda la ricerca e il mantenimento della vicinanza fisica, la fiducia nella disponibilità continua del partner, la richiesta di conforto rivolta al partner, così come il disagio provato a causa di separazioni o minacce alla stabilità delle relazioni. Suppongono che, nell’attaccamento adulto, le differenze individuali siano legate alle differenti modalità con cui i soggetti si rappresentano le relazioni di attaccamento stabilite con i genitori nell’infanzia. Vi sono tuttavia delle chiare differenze tra l’attaccamento infantile e quello adulto: il fatto che la figura di attaccamento è un pari e che è implicata anche la sfera sessuale.

Numerosi sono gli studi (per esempio Florian, Mikulincer, & Bucholtz, 1995; Simpson, 1990) che hanno mostrato un’associazione tra lo stile di attaccamento e la qualità delle relazioni da adulti. In particolare con riferimento al ruolo del supporto sociale, l’attaccamento sicuro è positivamente associato con una generale percezione di avere supporto sociale, con la capacità di chiedere supporto e la consapevolezza di averlo avuto. Mentre invece (Simpson, 1990) l’attaccamento insicuro con la percezione di non avere supporto sociale; in particolare nel caso dell’attaccamento evitante si riscontra una negazione del bisogno di chiedere un supporto.
In linea con i suggerimenti di Bowlby (1973), rispetto al fatto che i modelli operativi interni differiscono proprio in termini di immagine di sé e degli altri, Bartholomew elaborò un modello di attaccamento per adulti (Bartholomew e Horowitz, 1991) nel quale è messa in evidenza l’importanza di considerare l’effetto dell’immagine interna che ciascuno ha di sé e degli altri sulle rappresentazioni di attaccamento. Bartholomew considerò le quattro categorie derivanti dalla combinazione logica dei due livelli di immagine di sé (positiva/negativa) con i due livelli di immagine degli altri (positiva/negativa).
Quattro prototipi di stile di attaccamento sono stati creati a partire da queste due dimensioni: sicuro, preoccupato, distanziante, impaurito.

Ciascuna delle quattro modalità di attaccamento è concettualizzata come un prototipo a cui gli individui possono avvicinarsi in vari gradi. In effetti la maggior parte degli individui mostra elementi di più modalità di attaccamento, per cui è necessario prendere in considerazione i loro profili nelle quattro modalità per poter valutare adeguatamente i sentimenti, le aspettative e i comportamenti nell’ambito dell’attaccamento. Per la costruzione e la verifica di questo modello, Bartholomew e Griffin (1994) crearono il Relationship Scale Questionnaire che viene utilizzato per valutare lo stile di attaccamento negli adulti.

L’orientamento più recente concettualizza l’attaccamento in termini di una continua variazione tra le due dimensioni ortogonali: ansietà (che si riferisce al desiderio della vicinanza unito alla paura dell’abbandono) ed evitamento (che si riferisce alla difficoltà a vivere la vicinanza e la dipendenza).

Questo approccio è supportato da analisi tassometriche (Fraley & Waller, 1998; Fraley, Waller, & Brennan, 2000) che indicano che possa esprimere meglio i fattori multipli che contribuiscono all’attaccamento e che variano continuamente lungo il continuum.

Negli ultimi anni sono fiorite ricerche che hanno sottolineato il fatto che lo stile di attaccamento esercita importanti effetti biologici sulla salute delle persone durante tutta la durata della vita.

Maunders e Hunter ( 2001) suggeriscono, come risultato del loro studio, un modello che correla l’attaccamento insicuro al rischio di malattie attraverso tre meccanismi:

maggior suscettibilità allo stress; maggior ricorso a regolatori esterni delle emozioni; comportamenti non funzionali per esempio nella modalità di richiesta d’ aiuto, ma anche nel mancato rispetto delle terapie mediche. Sostengono che l’attaccamento insicuro sia un rischio aggiuntivo da sommare ad una vulnerabilità genetica e/o ad un agente infettivo.
Lo studio retrospettivo di Mikulincer, Florian e Weller (1993) su studenti israeliani che avevano avuto esperienza di attacchi missilistici durante la Guerra del Golfo ha sottolineato che tutti i soggetti insicuri riportavano più alti livelli di ostilità e somatizzazione rispetto a quelli con attaccamento sicuro e che quelli con attaccamento ambivalente (preoccupato) riportavano anche maggiore ansia e depressione.
Inoltre nella ricerca di Piccardi et al. ( 2007) si è evidenziata un’associazione, indipendente dal livello di stress e sostegno sociale, tra maggiore evitamento nelle relazioni di attaccamento e minore attività citotossica delle cellule natural killer. In altre ricerche di Picardi si è evidenziato che l’attaccamento insicuro, soprattutto di tipo evitante, tende ad aumentare il rischio di insorgenza di alopecia areata (Picardi et al., 2003) mentre quello di tipo ansioso (Picardi et al., 2000) tende ad aumentare il rischio di aggravamento della vitiligine.
Anche in psichiatria lo studio dell’attaccamento riveste attualmente una particolare rilevanza. Infatti, vi sono evidenze crescenti dell’esistenza di un rapporto tra attaccamento insicuro e disturbi psicopatologici, già ipotizzato da Bowlby molti decenni addietro. Pur non equivalendo a una diagnosi psicopatologica, l’attaccamento insicuro sembra infatti rappresentare un importante fattore di rischio psicosociale, ed è stato posto in relazione con lo sviluppo di disturbi di personalità (Brennan & Shaver, 1998). In un’altra rassegna di studi (Gunderson, Holmes, Lyons-Ruth, & Agrawal, 2004) viene sottolineata la correlazione tra attaccamento insicuro e vulnerabilità al disturbo borderline di personalità, dove è appunto centrale la paura dell’abbandono. Da un’altra ricerca (Bifulco, Moran, Ball, & Bernazzani, 2002) emerge una significativa correlazione tra attaccamento insicuro e depressione clinica. Da un’altra ancora (Latzer, Hochdorf, Bachar, & Canetti, 2002) tra stile di attaccamento e funzionamento della famiglia e disturbi alimentari.
E’ cresciuto anche l’interesse verso lo studio dell’attaccamento prenatale e dei suoi correlati cioè di come l’attaccamento al bambino che sta per nascere sia associato all’attaccamento al bambino dopo la nascita.

Nella ricerca di Nelson (1998) è stata esaminata la correlazione tra comportamenti e credenze sul feto, stile di attaccamento e livello di stress di un campione di 218 donne al terzo trimestre di gravidanza. L’ipotesi iniziale, che è stata confermata, era che le donne con attaccamento sicuro interagissero di più col feto e che manifestassero un maggior numero di emozioni positive.

Altre ricerche (Fuller, 1990; Müller, 1996; Siddiqui & Hägglöf, 2000) hanno evidenziato delle significative correlazioni tra attaccamento pre e post natale.
In tutti i casi un campione di donne in gravidanza era invitato a compilare un questionario -The Prenatal Attachment Inventory (Muller & Mercer, 1993) oppure The Maternal Fetal Attachment Scale (Cranley, 1981)- volto a misurare l’attaccamento al feto. Successivamente al parto, madre e bambino venivano osservati e videoregistrati o durante un’interazione viso a viso, oppure durante l’allattamento, oppure venivano somministrati altri questionari come il Maternal Attachment Inventory (Muller, 1994).

Tuttavia, mentre Siddequi e Fuller rilevano una correlazione significativa, Muller sottolinea che , dalla sua ricerca, la correlazione è risultata modesta e che altri fattori possono concorrere. Sottolinea anche che, pur avendo tale filone di studio l’obiettivo di promuovere la salute dei bambini, promuovendo preventivamente la relazione tra madre e figli, occorre prestare attenzione a non interferire nel processo generando stress e sensi di colpa nella madre nel tentativo di raggiungere alti livelli di attaccamento prenatale.

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